A Venezia 83 hanno vinto i film

Que reste-t-il di questa (bellissima) Venezia 83? Innanzitutto, un verdetto che spazza via tutte le polemiche della vigilia. I tre film più discussi ci sono tutti: Woman Unknown, diretto dall’unica regista donna 'in solitaria' in concorso (la danese di origini egiziane May el-Toukhy), è Leone d’oro (più Coppa Volpi alla protagonista Mathilde Arcel); Dau di Ilya Khrzhanovsky, criticato in quanto russo (il film però è prodotto da Germania, Francia e Svezia), ha vinto il Leone d’argento per la regia (con discorso-dedica agli ucraini ancora sotto attacco); NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, su cui il governo israeliano vorrebbe imporre una sorta di censura internazionale, torna col Premio speciale della giuria.
Al di là del dibattito cine-politico, la domanda più importante è: meritavano questi premi? Risposta secca: sì. Ora lasciamo che sia il pubblico delle sale a confermarlo. Il secondo dato rilevante di quest’ultima Mostra è che, dopo annate che sembravano riconfermare (pur meritatamente) grandi autori che però non entrano più nella conversazione globale (vedi gli ultimi Leoni a Jarmusch e Almodóvar), Venezia sembra tornata – perdonate la parolaccia – cool.
Consacra un’autrice (la stessa el-Thouky) che inizia da qui la sua corsa verso l’Oscar, certifica la forza e(ste)tica degli autori di NAZA dopo l’importantissimo award per No Other Land, riconferma grandi autori (il Gran premio a Possible Love di Lee Chang-dong, Hirokazu Kore’eda con Look Back, ma anche i francesi Stéphane Brizé con Un bon petit soldat e Cédric Kahn con 15/18).
E l’Italia? Resta il paradosso di questa Mostra. Un titolo può piacere più o meno dell’altro, ma la selezione nostrana in concorso quest’anno (la cinquina Moretti-De Angelis-Bechis-Strippoli-Pallaoro) era molto solida, eppure nessun premio. È come se, tolto qualche autore che sa ancora sfondare oltreconfine (il solito Paolo Sorrentino, la 'cannense' Alice Rohrwacher), il nostro cinema non sapesse più andare 'fuori'. C’è tempo per sanare questa frattura? È una riflessione che potrebbe essere utile in vista di Venezia 84, e al nostro sistema-cinema tutto.
di Mattia Carzaniga



