L'altra Groenlandia
- Redazione Man In Town
- 24 gen
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Che sia per materie prime o strategie militari, la Groenlandia sta vivendo il suo momento di riscoperta. Certo ne avrebbe fatto a meno, soprattutto nei termini posti da Donald Trump e dalla sua amministrazione, ma tant'è. Certo è che l'isola indipendente dal sapore danese, che è anche la più grande del mondo pur abitata da sole 57mila persone, quasi la metà delle quali nella capitale Nuuk, non è solo questo. Non è solo terre rare, metalli critici, oro, platino, pietre preziose e uranio. Non è nemmeno solamente quel posto che pare ospiti il 13% delle riserve petrolifere mondiali e il 30% di quelle di gas naturale. La Groenlandia è anche altro. È terra di esplorazioni e avventura, come prima ha testimoniato Knud Rasmussen con i suoi diari, poi ha raccontato Jørn Riel che, con i suoi Racconti polari, ha trasformato l'isolamento artico in una commedia umana popolata da cacciatori eccentrici e filosofi del ghiaccio. Ma è in tempi recenti che la letteratura ha iniziato a esportare la Groenlandia moderna e non più quella delle slitte e degli igloo. Lo ha fatto l'anno scorso Niviaq Korneliussen con il suo romanzo crepuscolare Una notte a Nuuk (Iperborea), per un successo che ha bissato quello ottenuto con La valle dei fiori. O ancora, c'è chi ha scelto di tratteggiare la Groenlandia con le immagini, come Inuuteq Storch, il fotografo che ha rappresentato la Danimarca (e la Groenlandia) alla Biennale di Venezia. Storch, attraverso il recupero di archivi fotografici storici e scatti personali è riuscito nell'intento di decostruire lo sguardo coloniale ridando ai groenlandesi il diritto di rappresentarsi. Di fatto, allontanandoli dallo status di oggetti da studio antropologico per nobilitarli in soggetti di una modernità vibrante. E che dire di Olafur Eliasson, che pur non essendo groenlandese di nascita, ha collaborato con le comunità locali nella realizzazione di installazioni come Ice Watch, dove frammenti di ghiacciaio vengono esposti nelle piazze europee per sciogliersi sotto gli occhi dei passanti. Mentre passando allo spartito, il 2025, prima ha visto l'ascesa globale di artisti come Andachan, che dopo aver campionato i suoni dei ghiacciai che si frantumano li ha trasformati in basi techno e ambient recuperando, nel frattempo, il Qilaat, ovvero quel tamburo in pelle di foca un tempo bandito dai missionari perché considerato pagano, quindi la celebrazione dei Nanook, che dopo quindici anni continuano a occupare le classifiche scandinave con un indie-rock cantato rigorosamente in groenlandese (Kalaallisut).


