Fitzgerald e l’inferno di lino
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Nel repertorio dei supplizi moderni, pochi eguagliano l’ostinazione del maschio occidentale nel voler abbottonare una camicia anche quando l’asfalto decide di liquefarsi. C’è una forma di dignità quasi patologica nel rifiuto di arrendersi alla termodinamica, un patto di sangue con il decoro che F. Scott Fitzgerald, nel settimo capitolo de Il Grande Gatsby, trasforma nel più spietato dei bollettini meteorologici della psiche umana.
È il giorno più caldo dell’estate 1922. Non un caldo generico, ma quell’afa newyorkese che si appiccica alla gola, che trasforma le carrozze dei treni in scatole di sardine e i salotti di Long Island in anticamere del purgatorio. Ed è qui, tra le righe di un termometro che impazzisce, che lo scrittore mette in scena il crollo della recita sociale della Jazz Age.
Prendete Jay Gatsby. L’uomo che ha inventato se stesso dal nulla si presenta a casa di Tom Buchanan indossando un abito di tela rosa. È una scelta sartoriale audace, quasi una provocazione. Il rosa è il colore di chi non deve lavorare, di chi può permettersi di macchiare la stoffa senza preoccuparsene; è il tentativo disperato di incarnare una freschezza aristocratica che non gli appartiene. Eppure, in quel pomeriggio di piombo, persino il lino di Oxford comincia a cedere.
Quando il gruppo si trasferisce nella suite dell’Hotel Plaza — nel disperato tentativo, tipicamente urbano, di comprare un po' di refrigerio sotto forma di un secchiello del ghiaccio e della menta per i cocktail — la formalità diventa una camicia di forza. I corpi si muovono con la lentezza dei condannati. Fitzgerald scrive che i vestiti "si incollavano addosso" e che un "sudore continuo" bagnava le tempie.
In quella stanza d'albergo non sta solo evaporando l'acqua dai corpi; sta evaporando il collante delle loro finzioni. Tom Buchanan, l'incarnazione della brutalità ereditaria, attacca Gatsby. E lo fa partendo proprio dalle apparenze: "Cerca di dirci chi sei", ringhia. In un mondo normale, un gentiluomo risponderebbe mantenendo il distacco. Ma a trentotto gradi all'ombra, con il colletto rigido della camicia che stringe la carotide e l'umidità che gonfia le giacche, il distacco è un lusso che nessuno può più permettersi.
La facciata di Gatsby — quel personaggio impeccabile che chiama tutti "vecchio mio" con studiata disinvoltura — si scioglie come cera al sole. La sua voce perde l'accento oxfordiano, i suoi occhi rivelano la rabbia del ragazzo del Nord Dakota che ha giocato a fare il re.
C'è una profonda ironia sartoriale in tutto questo. Più i personaggi cercano di rimanere composti nei loro abiti formali, più la loro sporcizia interiore emerge. Il sudore che inzuppa i fazzoletti di seta non è solo calore; è il rigurgito di una mezza dozzina di bugie che non riescono più a stare nascoste. È il segno fisico del declino di un’epoca che si credeva immune alle leggi della natura e che invece si riscopre nuda, accaldata e tragicamente fragile, intrappolata dentro un abito troppo stretto in un’estate rovente.
di Fabio Gibellino


