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Marco Carrara, a tu per tu con uno dei nuovi volti Rai

  • 21 ott 2024
  • Tempo di lettura: 6 min

Se c’è un volto che rappresenta perfettamente la nuova Rai, quella che si evolve senza mai rinunciare alla sua identità e alla sua mission e che punta su nuove leve da affiancare ai grandi nomi del servizio pubblico, è sicuramente quello di Marco Carrara.

Giornalista, conduttore e autore televisivo di origine bergamasca Marco debutta sul piccolo schermo nel ruolo di ‘analista’ nel programma TV Talk. Dopo una lunga gavetta fatta nello show condotto per quasi 20 anni da Massimo Bernardini, Carrara approda nella squadra di Agorà con uno spazio dedicato alle breaking news. Dal 2018 è saldamente alla guida di Timeline, appuntamento della domenica mattina di Rai Tre che ripercorre i fatti salienti della settimana.

L’amore di Marco per il piccolo schermo ha radici solide e lo accompagna sin da quando era un bambino che, ai fumetti di Topolino, preferiva le guide tv. A quel bambino che registrava le edizioni straordinarie dei telegiornali su vhs, intuendo l’eccezionalità di quei momenti, la Rai ha affidato la scrittura di Tanti Auguri – 70 anni di tv 100 di radio, edito da Rai Libri, volume con cui si celebra un doppio anniversario importante per il servizio pubblico.

Marco Carrara
Marco Carrara, ph. Antonio Cama

«Non leggevo Topolino ma mi facevo comprare dai miei genitori le guide tv. La passione per la tv mi accompagna da sempre»

Tanti auguri - 70 anni di tv 100 di radio è in vendita in tutte le librerie e su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 2 ottobre. Come è nata questa idea?

L’idea non è nata da me ma dalla Rai. Il loro scopo era quello di far scrivere il libro sulla storia dei 70 anni di tv e dei 100 anni di radio a uno dei loro conduttori più giovani. Quando mi è arrivata la proposta sono stato investito da emozioni contrastanti. Da un lato ero felice, dall’altro lato ero anche spaventato perché dovevo misurarmi con una sfida molto complessa. Ho sentito sin da subito una grandissima responsabilità.

In che modo hai lavorato? Come hai sviluppato il tuo lavoro di ricerca?

È stata una sfida faticosa perché non sono uno storico. Mi ha salvato essere un grande appassionato di tv. Quando ero piccolo e mi chiedevano ‘cosa vuoi fare da grande?’ io rispondevo ‘il conduttore televisivo’. Non leggevo Topolino ma mi facevo comprare dai miei genitori le guide tv. La passione per la tv mi accompagna da sempre. Conoscevo tanti passaggi importanti e storici. Ho recuperato i tanti libri che hanno raccontato la storia della Rai nel corso degli anni. Ho cercato di fare un quadro generale ma poi mi sono fatto guidare dal mio istinto. Ho inserito non solo il meglio ma anche le polemiche e i passaggi cruciali che ne hanno caratterizzato la storia.

«Crescendo ho portato la tv nella mia vita»

Chi, secondo te, attualmente rappresenta al meglio la Rai e lo spirito del servizio pubblico?

Fare un nome e sceglierne solo uno sarebbe un torto nei confronti di tutti gli altri. La mia fortuna è essere circondato da colleghi generosi e non è una frase retorica. Al termine del libro c’è una parte finale che si chiama la ‘timeline dei ricordi’ e ci sono tutte le interviste ai big della tv. In tanti mi hanno detto di sì. È stato un grandissimo regalo e va anche contro quella narrazione degli adulti che non sono generosi nei confronti delle nuove generazioni. Ho sentito subito una grande vicinanza e questa per me è stata la cosa più bella. Tutti insieme uniti per raccontare il servizio pubblico.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla tv?

Avevo una passione da piccolo che era quella di registrare le edizioni straordinarie dei telegiornali. In un mobiletto a casa ho ancora tutte le vhs con tutte le registrazioni. Mi accorgevo che lì si stava scrivendo la storia, era qualcosa di non ordinario all’interno del palinsesto. Avevo già un approccio analitico nei confronti della tv. Crescendo ho portato la tv nella mia vita. Mi ricordo che a scuola facevo dei finti reality show durante l’intervallo. In prima media ho ideato una sorta di Grande Fratello che è durato l’intero anno scolastico.

Ph. Antonio Cama

«Da conduttore televisivo e autore ti dico che i social ti danno tantissimo materiale. Da giornalista ti dico che questo mondo crea moltissimi problemi»

La tv, quella della vecchia scuola, escludendo quindi le piattaforme, è morta o ha ancora qualcosa da raccontare?

Da un lato, se consideriamo i numeri, la tv in Italia è ancora molto seguita. All’estero, ad esempio, sono un po’ meno gli spettatori mentre gli italiani sono un popolo molto televisivo. È chiaro che l’offerta è talmente ampia che ci troviamo in uno scenario in forte evoluzione. Forse sta cambiando e cambierà nel tempo la fruizione della tv. Il telespettatore non è più passivo: ha il suo palinsesto, recupera il programma quando vuole. Allo stesso tempo quando ci sono grandi eventi (un terremoto, una crisi di governo, i mondiali di calcio, le emergenze sanitarie) lo spettatore sceglie sempre la Rai e questo è un aspetto rincuorante. Se poi pensi che noi abbiamo un fenomeno unico al mondo, che è il Festival di Sanremo, questo ti fa capire quanto la tv sia ancora centrale. Ogni anno però lo è un po’ meno, perciò bisogna essere bravi a intercettare chi scappa e offrirgli un modello di fruizione che sia più giusto per lui.

Dal 2017 conduci ogni domenica su Rai Tre Timeline, un programma che ripercorre gli eventi salienti della settimana attraverso l’occhio dei social media. La percezione è che il mondo dei social fino a pochi anni fa veniva visto come qualcosa che riguardasse solo i giovani, come un mondo parallelo rispetto a quello reale. La realtà è che forse i cosiddetti "boomer" e in generale le generazioni più adulte siano ormai più legate di noi allo smartphone, non trovi?

Sì, è vero. Negli ultimi anni sono molto affascinato da TikTok e ho notato che la fascia anagrafica che utilizza di più quest’app è proprio quella degli adulti. I social sono davvero diventati trasversali. Da conduttore televisivo e autore ti dico che i social ti danno tantissimo materiale. Da giornalista ti dico che questo mondo crea moltissimi problemi. Ora che la tecnologia è nelle mani di chiunque, anche di chi ha meno strumenti per utilizzarli, c’è stata un’esplosione di fake news. La tv in questo dovrebbe avere un ruolo centrale e dovrebbe essere una sorta di cane da guardia. Dovrebbe essere la fonte qualificata dove trovi solo notizie vere.

«La mia vera università è stata TV Talk»

Si parla spesso anche di educazione all'utilizzo dei social per i giovani. Pensi che ci sia questa esigenza

Assolutamente. Sono fortemente convinto che i giovani debbano avere un’educazione, che può partire dalla famiglia, dalla scuola o dalle istituzioni. La responsabilità non può essere soltanto loro ma è una responsabilità di cui l’intera collettività deve farsi carico.

Qual è il tuo rapporto con il mondo dei social? Quanto ne sei dipendente?

Li uso tanto e non voglio usare la scusa che li utilizzo soltanto per lavoro. Quello che cerco di non fare è di utilizzare lo smartphone a tavola. Il pranzo e la cena con le altre persone deve essere un momento sacro in cui deve restare in tasca. È un po’ il nuovo galateo convivere con questi strumenti digitali.

Il tuo esordio in tv è avvenuto con TV Talk. Che esperienza è stata?

TV Talk è stata la mia prima esperienza. Me lo ha fatto scoprire mia madre e grazie a lei tutto è iniziato. La mia vera università è stata TV Talk. Qualche giorno fa sono tornato ospite per presentare il mio libro e ho ritrovato le maestranze, i cameramen, le sarte, ecc. Per me è stata una grandissima emozione rientrare in quello studio in cui nel 2011 è nato tutto. È una squadra generosa. Ho imparato a scrivere un testo, a stare in video, a fare delle riunioni. Io credo che la gratitudine sia il sentimento più bello e io sono profondamente grato a questo programma. E quando Massimo Bernardini a maggio ha lasciato il programma e mi ha inserito tra i ‘figli’ di cui è orgoglioso per me è stata una grande emozione.

«Sono una persona profondamente curiosa, la curiosità è il mio vero motore»

Se fossi ancora seduto tra le fila degli analisti quali programmi promuoveresti e quali no?

La tv fatta in modo intelligente può essere sia bassa sia alta, ma anche il “basso” bisogna saperlo creare con i giusti ingredienti: il trash costruito a tavolino, fatto per diventare poi virale sui social, ormai lo notiamo immediatamente. Un programma che mi piace tanto è Belve. Francesca Fagnani è riuscita a trovare una chiave diversa per le interviste, graffiante e irriverente. Io amo le interviste, i miei amici mi prendono in giro e dicono che ho “l’intervistite” perché, quando mi presentano una persona che non conosco, voglio sapere subito vita, morte e miracoli. Sono una persona profondamente curiosa, la curiosità è il mio vero motore.

Qualche settimana fa durante Timeline c'è stata un'incursione di Pierpaolo Spollon che ha fatto pensare a un vostro possibile coinvolgimento con Sanremo 2025. Cosa ci devi dire?

No, non c’è nulla di vero (ride, ndr). Pierpaolo è un pazzo, ha inventato questa cosa senza considerare che molti suoi fan ci avrebbero creduto. Con lui mi piacerebbe fare qualcosa in futuro, abbiamo due registri completamente diversi ma c’è una grande sintonia. Lo trovo profondamente talentuoso, sta gestendo la sua carriera al meglio.

Quest'anno è stato ricco di soddisfazioni per te e sei stato anche insignito dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. Che cosa si prova ad avere questo titolo?

Ti rispondo con tre parole: felicità, onore e responsabilità.

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