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C'era una volta il mondiale

  • 7 ore fa
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Aggiornamento: 28 minuti fa


Italia campione del mondo 2006
Italia campione del mondo 2006

Il terzo mondiale di calcio vissuto da spettatori e dopo due eliminazioni al primo turno, non può essere un caso né, tantomeno, può essere indicato come una disfatta storica: perché lo sia serve l'unicità, non la consuetudine. La realtà invece è una sola.


L'Italia ha fatto quel che ha potuto e ha ottenuto i risultati che poteva ottenere. Colpa dell'allenatore? No. Dei giocatori? Tantomeno. Lo è di tutto il resto, dei presidenti delle squadre, del sistema e dei genitori. Vent'anni fa l'Italia il mondiale lo vinceva con talenti come Del Piero, Totti, Cannavaro, Nesta e tutti gli altri. Giocatori che oggi guarderebbero la Serie A in televisione perché impegnati in Spagna o in Inghilterra, Gattuso compreso.


Oggi il mondo del calcio italiano, nonostante la casualità europea del 2020, non è inadeguato solo nei vertici federali, ma soprattutto lo è nella base. Un tempo nelle squadre giovanili venivano scelti solo i bambini migliori che giocavano tra loro pensando più a saltare l'uomo che al tocco di prima. E prima degli schemi veniva insegnato loro il gioco del pallone.


D'altronde quando esci con Svezia, Macedonia del nord e Bosnia significa che a quello non sai giocare e che con la palla al piede non sai cosa fare. In questa nazionale, di campioni, Donnarumma escluso, non ce n'è uno, l'ultimo è stato probabilmente Verratti, che infatti in Italia non ci ha giocato nei suoi anni migliori.


Il calcio italiano di oggi sembra il tennis italiano di ieri, dove si chiedeva ai giovani di vincere subito a scapito della crescita tecnica. E allora chi ha il diritto di dare addosso a questi ragazzi che più di ogni tifoso stanno soffrendo l'ingloriosa eliminazione? Perché, al di là del denaro, la faccia e la fatica ce l'hanno messa loro.


Ma non solo, perché prendersela con un organigramma federale quando sono i presidenti delle società a far fallire ogni tipo di riforma? E perché prendersela con le società quando i genitori pretendono che i figli scarsi calchino i campi, rallentando il percorso di chi ha talento, solo perché hanno pagato la retta di quella maledetta scuola calcio?


Perché se la storia fosse diversa non avremmo gli azzurri campioni del mondo di Volley, con un buone squadre di basket, rugby e per non parlare dei successi olimpici. Forse il problema sta nel parlare troppo ma con poco spirito critico e costruttivo. Anche perché, l'aspetto più drammatico, non è l'aver fallito la qualificazione ai mondiali, ma non essere più in grado di dar vita a quel sogno che d'estate univa il Paese con caroselli a ogni vittoria.

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