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Spangle, Valstar e il tempo

  • 23 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Observer x Valstar (Courtesy Robert Spangle)
Observer x Valstar (Courtesy Robert Spangle)

Per capire se Robert Spangle è uno dei personaggi più eccentrici del mondo della moda bisogna intendersi sul concetto di eccentrico. Perché lui lo è nel senso buono. È cresciuto a Malibù, in California, si è arruolato nei marines, dove il suo passatempo era leggere riviste di moda, ha studiato fashion design, ha fatto gavetta in una sartoria di Savile Row a Londra, poi ha deciso di andare in giro per il mondo a raccontare l'umanità attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica. Nel 2018, senza abbandonare gli scatti, decide di fondare il suo marchio, Observer Collection, e oggi è co-protagonista insieme a Valstar nella riedizione dell'iconico bomber della casa milanese. Questa giacca è stata sviluppata tra aeroporti, fashion week e territori di conflitto; c’è stato un momento preciso in cui hai capito cosa mancava davvero all’abbigliamento maschile contemporaneo? Ce ne sono stati diversi. Uno è stato scrivere per nove ore consecutive durante un volo senza mai togliere la giacca. Un altro, inaspettato e gratificante, è stato indossarne comodamente una sopra il giubbotto antiproiettile in Ucraina, il che è una sfida complessa.


Hai trascorso molto tempo in Afghanistan, Ucraina e altri territori complicati. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua comprensione del significato dell’abbigliamento quando i bisogni primari diventano la priorità assoluta?

Quando lavori in contesti così estremi, capisci che tutto ciò che possiedi è solo ciò che riesci a portare con te. Ma la moda, o forse sarebbe meglio dire la bellezza, continua ad avere un linguaggio universale. Quando non parli la lingua di chi hai davanti, è ciò che indossi che parla per te. È il tuo primo biglietto da visita e può aiutarti a conquistare fiducia e credibilità.


Uno dei concetti più interessanti che emergono dal tuo lavoro è che lo stile non rappresenta un lusso, ma una forma di identità... La moda è una parte assoluta e inseparabile dell’esperienza umana. In Occidente oggi tendiamo a considerare lo stile come un lusso, ma nella gran parte del mondo invece è una questione di orgoglio personale e autodeterminazione. Dopo aver osservato persone vivere la guerra, quali aspetti dell’industria della moda ti sembrano sorprendentemente importanti e quali, invece, improvvisamente irrilevanti? Molte delle cose che diamo per scontate sono in realtà il frutto della pace: il tempo, le risorse e la libertà necessari per creare storie, bellezza, arte, oppure crescere figli con l’aspettativa di un domani migliore. Per questo trovo che gran parte dell’industria della moda sia eccessivamente concentrata su celebrità, hype e mediocrità. La vita è breve, incerta, e la morte non fa distinzioni, per questo nessuno dovrebbe dare per scontato di avere tempo da sprecare in questo modo. Se dovessi raccontare il mondo tra dieci anni attraverso una singola immagine, un gesto o un capo d’abbigliamento indossato da un uomo, cosa sceglieresti e perché? Spero che sia una travel jacket pensata per attraversare un mondo libero. Un capo capace di proteggerti dagli elementi senza impedirti di percepirli. Realizzato con materiali naturali e belli da vivere. Mi piacerebbe che avesse un’identità profonda, come quella di un chapan afghano o di un kozuch ucraino, simboli di appartenenza che potrebbero rappresentare le nuove identità tribali del futuro. Spero anche che sia realizzato con cura e intenzionalità, come solo le società che considerano preziosa ogni risorsa riescono ancora a fare.


di Peter Cardona

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