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CAMPANA BROTHERS - SUSTAINABLE SIGNATURE

  • 18 lug 2017
  • Tempo di lettura: 4 min
cover_Bandidos Illuminados

Un dialogo silenzioso che riempie la fitta trama delle nostre giornate, lasciando l’indelebile traccia dell’affezione. È quello che intratteniamo con gli oggetti, quei manufatti di cui ci circondiamo e che investiamo di significati. Chiacchierando con Humberto Campana, del celebre duo creativo di fratelli designer brasiliani, è evidente quanto il coinvolgimento personale abbia un peso specifico nella progettazione, che diventa, così, diario di viaggio, istantanea del quotidiano o persino firma di impegno sociale. Gli oggetti iconici, figli di questo design sostenibile, rappresentano al meglio Humberto e Fernando Campana: unici, ispirati, contemporanei e meravigliosamente umili.

Qual è la condizione attuale del design? Ad oggi è come una ferramenta politica; una forma di aiuto umanitario e di aiuto al pianeta. Dobbiamo prestare attenzione a tutti i rapidi cambiamenti che accadono a livello mondiale. In questo senso, i designers hanno uno strumento molto potente tra le mani, perché il loro prodotto è in relazione continua con la vita delle persone. Pensi alle comunità del nord del Brasile: questi aggregati sociali stanno scomparendo insieme alle loro tradizioni e portarle avanti tramite il design, significherebbe molto. È chiaro, quindi, che le implicazioni del design vadano più in profondità rispetto alla pura estetica.

Come risponde una città come San Paolo alle sollecitazioni del design contemporaneo? San Paolo e Milano sono quasi gemelle, l’energia è molto simile, dura, ma estremamente affascinante; è una città che non dorme mai, quasi come una Manhattan dell’America latina, piena di grattacieli e frotte di elicotteri. Non è una metropoli che si concede facilmente, come Rio de Janeiro; va conosciuta, scoperta nei suoi anfratti con i suoi abitanti. Da 10 anni la scena del design a San Paolo e in tutto il Brasile sta cambiando molto rapidamente e, a oggi, non sono solo i fratelli Campana a raccontare questa evoluzione, ma anche tutta una nuova generazione che abbiamo contaminato con la cultura del design e le nostre idee di libertà espressiva. Le persone parlano di più questa “lingua del design” perché la capiscono e la globalizzazione in questo a certamente contribuito.

Il modus operandi dei Campana: usate un unico approccio sistematico per affrontare i vostri progetti? È una sfida trattare realtà progettuali sempre diverse; siano esse macro o microscopiche il mio approccio è sempre lo stesso: passione e amore. Avere la libertà di scegliere ciò che amo è il motore per il mio impegno quotidiano; ero avvocato e ho abbandonato la professione per avere questa libertà. Un artista deve averla. Poter viaggiare attraverso universi sempre diversi: moda, design, arte o qualsiasi altro mi ispiri. Il ventunesimo secolo. dopo tutto. ci parla sempre più frequentemente di figure ibride che rompono le frontiere; quel che occorre mantenere è la passione nell’affrontare la sfida lavorativa. Nel quotidiano mi approccio a tutti i progetti “di pancia” e con molto intuito. Mi lascio ispirare dai sogni e dalle suggestion, che a volte diventano vere e proprie ossessioni. Spesso queste immagini si trasformano in progetti, ma non è automatico.

Avete dei ruoli ben definiti in quanto coppia di professionisti? No (ride, n.d.r.). A dire il vero non abbiamo mai definito nessun ruolo. È una relazione tra fratelli che non è facile da gestire nella sua dimensione lavorativa di soci, bisogna raggiungere dei compromessi, e fortunatamente nel nostro caso, i perenni conflitti, sono sempre stati positivi e stimolanti.

Come si sviluppa il vostro processo creativo? Io amo la “matericità”, sono i materiali che mi portano a definire un progetto. Amo tutto il processo di manifattura che accompagna un prodotto e amo stare a contatto con artigiani e aziende per stabilire un legame forte. Fernando, da parte sua, è più tecnico, quindi con un approccio totalmente diverso dal mio.

Come vi avvicinate alle aziende per creare delle collaborazioni efficaci? È molto interessante. Le cose succedono spontaneamente dal primo incontro, se la collaborazione è destinata a funzionare si capisce subito e abbiamo la certezza che si potrà realizzare qualcosa di importante, altrimenti manca proprio qualcosa che scatti. Le aziende che ci cercano, però hanno tutte una filosofia onirica, di continuum tra arte, design e manifattura, perciò non ci è difficile entrare in contatto. Abbiamo fatto un terzo progetto con Luis Vuitton chiamato “Object Nomade” e, come per i precedenti, con prodotti e richieste diverse, che bisogna approcciare con amore, emozione e pancia. Se ci fosse solo tecnicismo come potrebbe funzionare?

Una delle vostre prerogative è il riciclo; come riuscite a renderlo spendibile nell’industria della moda? Quando Melissa ci ha chiesto di realizzare una collezione di 10 modelli, noi abbiamo deciso di progettarli in plastica, con la più alta percentuale possibile di PVC riciclato; quando Lacoste ci ha invitato a disegnare un’edizione limitata della loro storica polo, noi abbiamo avuto l’dea di manifatturarla in una favela a Rio de Janeiro. Cerchiamo sempre di portare questa filosofia di riutilizzo e riciclo all’interno di una collaborazione, laddove è possibile. L’istallazione per Antonio Marras, “Bandidos Illuminados” è un altro esempio perfetto, abbiamo fortemente voluto lavorare con ricamatrici del nord del Brasile, un luogo lontano e bellissimo, chiedendo loro di riprodurre i propri volti su lampade ovali. Io abito in un Paese con delle forti differenze sociali e prenderne parte attiva facendo scelte etiche forti è di vitale importanza.

Progetti Futuri? Sto preparando una mostra a New York per Mark Bender e ne è stata da poco inaugurata un’altra al Museo Oscar Niemeyer di Curitiba (IRMAOS CAMPANA, fino al 20 Agosto 2017). Oltre alle esposizioni ho molti viaggi in agenda, soprattutto in Cile, dove sto seguendo un progetto con degli artigiani locali. Io amo viaggiare, se rimanessi 2 o 3 settimane a San Paolo sentirei il bisogno di cambiare panorama. È il bisogno di uscire dalla mia comfort zone, d’altra parte non sto diventando più giovane e cambiare mi aiuta a tenermi attivo (ride, n.d.r.).

Un oggetto identificativo del “Campana Brothers” style? Direi i peluche. Fernando ed io raccontiamo storie tramite oggetti che suscitino emozioni, infondendo, in ciò che creiamo, una vitalità che arriva dalla nostra grande passione. Per questo i peluche, con quel loro aspetto così espressivo. Vengono prodotti nei nostri studi per le collezioni Campana, ho insegnato alle donne che lavoravano per piccoli laboratori di moda a farli e ne sono molto orgoglioso.

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