MotoGP, ricomincia la sfida

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CRISTINA MAFREDI
Valentino Rossi_Courtesy Movistar Yamaha

Di questo marzo imbronciato due sono gli eventi memorabili: il ritorno dell’ora legale a fine mese e l’inizio della stagione 2018 del Motomondiale. Piloti, tecnici, sponsor e appassionati si lasciano alle spalle la carestia invernale di adrenalina per scoprire cosa succederà, dal 16 marzo, sul circuito di Losail in Qatar, quando prenderanno il via le prove libere del primo Gran Premio dell’anno tra Moto3, Moto2 e la classe regina, la MotoGP. Il campione del mondo Marc Márquez ritroverà i suoi rivali, a cominciare dal secondo classificato nel 2017, Andrea Dovizioso. E poi, Jorge Lorenzo, Valentino Rossi, Dani Predrosa, Maverick Viñales, Johann Zarco, Danilo Petrucci, Cal Crutchlow, Andrea Iannone: tutti pronti a combattere fino all’ultimo metro per vincere e, possibilmente, diventare leggenda. Diciannove appuntamenti sparsi ai quattro angoli del mondo, con il debutto della tappa in Thailandia il 7 ottobre. Diciannove storie da scrivere tra pieghe feroci, staccate tachicardiche, sorpassi impensabili.
Uno che se ne intende di cuore in gola, battaglie epiche, scontri tra duri, amicizie, risate e purtroppo anche tragedia è Paolo Beltramo, dal 1979 al seguito delle gare motociclistiche per testate come La Repubblica, Motociclismo, Il Giornale (ai tempi di Indro Montanelli), Il Giorno, per poi cimentarsi con le cronache in Tv. Nel 1990 inizia la sua avventura da inviato nei box della 500 e poi della MotoGP, un’esperienza durata fino al 2013 che lo ha reso tra le figure più amate del settore. A lui abbiamo chiesto di fare qualche pronostico per il campionato, ma siccome è una miniera di ricordi e spunti che condivide con generosità rara, ci siamo fatti raccontare di quando i paddock quasi somigliavano a un campeggio e i motor-home erano semplici roulotte.

In Qatar si riaprono i giochi: come vede questo mondiale?
Il quadro è semplice: tutti contro Márquez. È lui il fenomeno, il presente e il futuro della MotoGP. Vederlo in pista è tantissima roba, Marc è una specie di marziano, è moderno, ha innovato l’approccio alla guida, con la spalla di fuori e, anche se in tanti non lo amano, è un ragazzo simpatico. Di sicuro resta l’uomo da battere.

Chi potrebbe farcela?
Andrea Dovizioso, per esempio. Ora che gli è scoccata dentro la scintilla della consapevolezza, ha capito che è una sfida alla sua portata, se la può giocare. Prima era convinto che gli mancasse qualcosa per stare con gli altri, adesso sa di essere anche lui al top. Tutto è cambiato in lui, tranne una cosa: il suo essere una persona veramente per bene. Poi c’è Lorenzo, sempre che riesca a tirare fuori quello che ha dimostrato in passato di saper fare, e anche Viñales. Zarco è forte, però dubito che sia in grado di reggere il confronto, se non avrà una moto ufficiale. Quanto a Petrucci, nei test è andato alla grande, ma bisogna vedere se sarà in grado di fare bene nell’unico momento che conta, la gara.

E Rossi dove lo mettiamo?
Se la Yamaha gli saprà dare una gran moto, io dico che ce la può ancora fare. Quello che di Valentino che mi lascia davvero a bocca aperta è la sua passione infinita. Avere voglia di correre al top a 39 anni, significa essere totalmente dedicato a quella emozione, come quando era un ragazzino. All’inizio giocava, ora si allena come un matto giorno dopo giorno e proprio non molla. Il decimo campionato lo vuole eccome e tra tutti quelli che ho visto correre di persona, il più forte per me è lui, per come ha saputo coniugare la sua potenza di pilota a una personalità carismatica. Certo ha degli spigoli e il suo enorme successo suscita invidia, ma ha in sé una grande umanità e me lo ha dimostrato più volte. C’è chi lo accusa di essere falso, ma Rossi è totalmente vero quando corre, prova o parla di moto e questa è l’unica cosa che conta, perché lui è un pilota. E poi diciamocelo, per vincere così tanto devi essere un po’ bastardo, nell’accezione sportiva del termine.

In che senso?
Márquez vince perché è un bastardo, così come Lorenzo o, ai suoi tempi Giacomo Agostini. Marco Simoncelli era il ragazzo più buono del mondo, ma in pista era cattivo. Quando a Sepang nel 2015 Rossi accusò Márquez in conferenza stampa di averlo danneggiato a favore di Lorenzo (che poi vinse il titolo, ndr), per me fu una dimostrazione di debolezza da parte sua. Forse dentro di sé Vale era spiazzato dall’essersi trovato di fronte uno più bastardo di lui.

In effetti, in Italia non è ancora andato giù a tanti quel mondiale andato a Jorge.
Lorenzo è un po’ come Max Biaggi: si presenta peggio di quel che è. A me piaceva soprattutto all’inizio, quando era sempre incazzato e con una voglia della madonna di vincere. La mia sensazione è che non riesca  divertirsi abbastanza. Forse ogni tanto dovrebbe mangiarsi un dolce, bersi una boccia di vino, insomma, lasciarsi un po’ andare. Quando io ho iniziato a frequentare le corse era tutto molto più semplice. Si stava insieme, era come un campeggio di gente con una grande passione in comune. Adesso tutto è compresso, frenetico.

Se lo ricorda il suo primo Gran Premio da giornalista?
Certo, Salisburgo nel 1978. Avevo conosciuto da poco un fotografo molto in gamba, Franco Varisco che mi propose di seguire insieme quella tappa. Mi disse che avremmo potuto raggiungere il circuito prendendo un passaggio da Virginio Ferrari, allora tra i piloti italiani in pista. Montammo una tenda dentro al paddock, perché ai tempi nessuno ci faceva caso e capitava spesso di vedere file di mutande stese al vento ad asciugare fuori dalle roulotte dei piloti. Ricordo il freddo terribile, dei meccanici ci prestarono dei sacchi a pelo in più per coprirci ed eravamo sempre bagnati perché pioveva e a un certo punto aveva pure attaccato a nevicare. Eppure ci divertivamo tantissimo e c’era più unione tra le persone. La sera si cantava al suono delle chitarre, si beveva e si fumava. Marco Lucchinelli, spesso ci chiamava per dirci che a loro era avanzata un po’ di pasta, ma la realtà era che diceva alla sua fidanzata di buttarne giù di più apposta per darla a noi. Ai tempi solo Ferrari si allenava e in tanti lo prendevano in giro. Una volta Franco Uncini gli disse: «La moto si deve guidare, mica spezzare». Per lui l’idea di una preparazione atletica era inconcepibile.

Lei ha raccontato con allegria e genuinità la vita dei box. Come ha sviluppato il suo stile?
Credo di avere messo a fuoco un mio modo di trasmettere le corse nel 1983, dopo il grave incidente di Franco Uncini ad Assen, in Olanda. All’inizio la situazione sembrava disperata e io avevo preso in prestito una macchina per raggiungerlo in ospedale, dove stazionavo in attesa di notizie che poi passavo ai colleghi in sala stampa. Dopo un paio di giorni mi resi conto che iniziavano ad arrivare messaggi di incoraggiamento per lui e disegni fatti da bambini. Lì ho capito il senso di quello che tutti noi stavamo facendo, perché non si trattava solo di andare forte in moto, ma di dare divertimento alla gente, una cosa molto importante. Da quel momento ho sempre cercato un approccio umano al mio lavoro, parlando con tutti, sparando cazzate, seguendo l’istinto che mi portava a cogliere le tensioni, gli sguardi, i rapporti intricati che si creano nei box. Quando i diritti Tv sono passati da Mediaset a Sky e il mio contratto non è stato rinnovato è stata dura. Però quel momento di stallo mi è servito per capire quanta fortuna ho avuto nel poter fare il mio mestiere. E l’astinenza forzata ha rinnovato la mia passione per le gare. Adesso seguo 5/6 Gran Premi all’anno, commentando da studio e mi va bene così.

C’è un personaggio che ha amato più di ogni altro?
Con Marco Simoncelli ci volevamo un gran bene. Era un ragazzo fantastico perché non aveva rivincite da prendersi sulla vita. La sua famiglia era unita, felice, costruita su solidi valori e a lui piaceva la stabilità emotiva. Stava maturando, aveva tutte le carte in regola per vincere e presto le avrebbe suonate a tutti quanti. Ridevamo tantissimo insieme, ci inventavamo mille gag. Spesso Marco diceva che non trovava due decimi che gli servivano per vincere e io facevo finta di raccoglierli da terra e darglieli. A un certo punto mi era venuta l’idea di ritagliare tante tesserine che rappresentassero ognuna un decimo: le misi tutte in una scatola e gliela regalai. Suo padre mi ha detto che dopo la sua morte (in Malesia nel 2011, ndr), quando gli hanno sfilato la tuta, ci hanno trovato dentro due di quelle tessere. A raccontarlo oggi, mi vengono ancora i brividi.

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