LA DOUBLE VIE DE JEREMIE RENIER

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CHIARA TROIANI

Il festival del cinema di Cannes ha fatto da sfondo all’incontro di MANINTOWN con l’attore belga Jérémie Renier, che si è, cortesemente, prestato per il nostro shooting, durante la promozione del suo ultimo film, L’Amant Double, di François Ozon. Volto noto della Croisette, l’attore ha debuttato con La Promesse, nel 1996 e, più recentemente, è stato con, Il ragazzo con la bicicletta, vincitore del Grand Prix, nel 2011. Con noi ha parlato di stile, sia davanti sia dietro la telecamera, degli attori che lo hanno influenzato e dei suoi ultimi film.

Qual è il lato più bello del tuo mestiere?
Prepararmi per un ruolo. Amo scoprire nuovi mondi e professioni diverse. Per esempio, imparare a ballare, cantare o suonare uno strumento, può essere abbastanza esilarante.

Come ti prepari per interpretare un personaggio?
Ovviamente dipende dalla parte, dal film e dal regista, ma mi piace prendermi un mese o due per leggere e preparare il copione, da solo o con un coach e poi immergermi nella storia.

Quali sono gli attori a cui ti sei ispirato nella tua carriera?
Il primo a cui ho guardato con ammirazione è stato Jean-Paul Belmondo. Ero affascinato dalla sua libertà ed eleganza e il modo in cui poteva essere a volte sensibile, a volte fisico. Mi piace anche Sean Connery, con la sua classe British, così come altri attori anglofoni, come Joaquin Phoenix, Daniel Day-Lewis, Christian Bale e Philip Seymour Hoffman, il tipo che finisce in film inaspettati. Apprezzo Tilda Swinton e le trasformazioni fisiche che affronta per i film come: …e ora parliamo di Kevin, Io sono l’Amore o un film della Marvel. Lei è sempre così pura e forte, che mi stupisce completamente.

Il regista con cui sogni di lavorare?
Ci sono molte registe interessanti al momento, o forse stanno solo ricevendo il riconoscimento che meritano: Maiwenn, Celine Sciamma, Valerie Donzelli, Kate Quillevere e Julia Ducournau. Trovo sempre i loro film più, belli, intelligenti e appassionanti di quelli dei loro contemporanei uomini. Viva le donne.

Non è la tua prima volta a Cannes, pensi che sia stato un buon trampolino di lancio per la tua carriera?
Non direi che sia stata un’esplosione di per sé, sono sempre stato più lento a ingranare che, “alla moda”. La prima volta che sono venuto qui avevo solo 16 anni, ma negli anni ho avuto l’opportunità di tornare spesso con diversi progetti e incontrando registi differenti. Credo che non sia nella mia natura di esplodere.

Hai recitato in, Potiche- La bella statuina, sempre di François Ozon, con un tono abbastanza da commedia, soprattutto per quanto riguarda il tuo ruolo. Ti è venuto naturale, come per i tuoi ruoli più drammatici?
Mi piacerebbe dire che mi sento ugualmente a mio agio con entrambi i ruoli, ma devo essere onesto e confessare che, per me, la commedia è meno naturale, forse a causa del suo ritmo specifico. È qualcosa che mi attrae, mi riesce meno istintivamente, almeno per ora.

Cosa ti ha convinto ad accettare il ruolo de L’Amant Double?
È stata l’originalità del progetto e l’idea di François di mettere in scena gemelli con caratteri contrastanti, in un thriller così tagliente che subito mi ha attratto. L’elemento sulfureo e così esplicito sessualmente, mi ha catturato e sapevo che sarebbe stato trattato in modo rispettoso e con buon gusto, con François dietro la telecamera. Mi sentivo sicuro ed eccitato a lavorare con lui per la terza volta perché, oltre a considerarlo un amico, è anche un regista incredibilmente dotato, prolifico e versatile.

Interpreti due gemelli, spesso sulla scena nello stesso momento. Qual è stata la difficoltà maggiore nell’interpretare questi due ruoli? Quale dei gemelli ti è piaciuto impersonare di più?
Trovare sottigliezze, tenerli separati e non renderli delle caricature, specialmente con Louis, il più tirannico, intenso, arrogante e aggressivo dei due. Come per Paul, l’altro fratello, ho cercato di non essere troppo lineare o morbido, ma di dargli dimensione e complessità. La cosa più interessante, mano a mano che la storia procedeva, è che Chloe perdeva la sua presa sulla realtà e la sua abilità di distinguere i gemelli, mentre per me era passare dall’uno all’altro con un sorriso o con un cambiamento nell’espressione, per esempio solo degli occhi. Mi è piaciuto interpretare entrambi i personaggi allo stesso modo, dal semplice, dolce e complesso Paul al pretenzioso, perverso, sessuale e fisico Louis.

Il prossimo progetto importante è il film Carnivores, co-diretto con tuo fratello Yannick, incentrato sulla storia di due sorelle. Com’è stato lavorare con lui e co-dirigere?
Molto naturale. Il progetto è rimasto in cantiere per tanti anni, così abbiamo avuto molto tempo per parlare dei nostri rispettivi desideri e interessi. In questo modo ci siamo assicurati che accadesse tutto senza problemi e, in più, ci conosciamo talmente bene che è stato quasi istintivo e naturale.

Come definiresti il tuo stile? Chi sono i tuoi designer preferiti attualmente?
Dipende, abbastanza casual in generale, ma mi piacciono stilisti come Comme des Garçons, Acne, Ami e Maison Margiela. Non sono eccentrico, vistoso o all’ultima moda, mi piace mischiare consistenze, un vecchio paio di jeans con una t-shirt divertente, per esempio. Raramente acquisto vestiti, ma quando lo faccio tendo a guardare i materiali e i tessuti.

Fuori dal set ti sei mai sentito ispirato, a livello di stile, da uno dei tuoi personaggi?
Mi sarebbe piaciuto, tuttavia spesso avrei preferito dare i miei panni al personaggio, perché i costumi di scena non sono particolarmente stimolanti, a parte ne L’Amant Double, in cui indosso molti completi e François mi ha reso giustizia grazie alle inquadrature e alle luci. Invece, nel film con mio fratello, i personaggi maschili si vestono un po’ più come vorrei vedermi sullo schermo. Mi piacerebbe davvero interpretare un personaggio con un look forte, ma in Francia tendiamo a essere abbastanza conservatori in fatto di stile, si ha paura di raffigurare personaggi alla moda o belli. A volte, nella preparazione di un film provo un costume che penso mi stia bene e mi viene detto che è troppo bello o che “sembro un modello”, anche se chiaramente non lo sono. C’è la paura di fare qualcosa di eccessivamente bello, ma personalmente direi l’opposto, per me l’estetica e la bellezza sono importanti nel cinema.

Photographer| Stefania Paparelli
Stylist| Nicholas Galletti
Hair Stylist| Cindy Faugeras for Franck Provost Paris.
Make up artist| Aurélie Payen for Franck Provost Paris
Location| The JW Marriott, Cannes

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