Cinecult: Withney di Nick Broomfield

CinemaCulture
ENRICO MARIA ALBAMONTE

“Voglio essere normale” e ancora “ciò che ti cambia è la fama non il successo ma la fama non ti rende felice”. Sono dichiarazioni raccolte in varie interviste rilasciate ai media dalla pop star afro-americana Withney Houston morta sola ad appena 48 anni in una stanza d’albergo di Beverly Hills nel febbraio di 5 anni fa in seguito ad annegamento dovuto a una crisi vascolare legata a un eccessivo consumo di droghe. Comincia proprio dalla morte della cantante e attrice di Newark(New Jersey) il docu-film ‘Withney’ realizzato su commissione della BBC dal regista Nick Broomfield che sarà nelle sale italiane dal 24 al 28 aprile 2017 distribuito da Eagle Pictures. Realizzato con dovizia di materiali, interviste inedite, dettagli sulla vita privata della star e una approfondita ricerca su materiali d’archivio come scene ufficiali e retroscena dei concerti dei tour principali, il docu-film illumina le zone d’ombra della vita privata tormentata della cantante. “Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare. È una mia decisione. Quindi il mio più grande demone sono io. Sono il mio miglior amico o il mio peggior nemico” così si espresse Withney Houston in una famosa intervista televisiva rilasciata a Diane Sawyer negli anni’90. Withney Houston non era una persona felice: il suo enorme patrimonio accumulato in anni di successi, quasi 250 milioni di dollari veniva sperperato per soddisfare i desideri di parenti e amici. Cresciuta con solidi valori morali in una famiglia molto religiosa fu spinta al successo dalla madre severissima Cissy Houston che la controllava come una marionetta mentre il padre, con il quale aveva un rapporto profondo, nel periodo in cui lei era più vulnerabile le intentò una causa per ottenere un’indennità di 100 milioni di dollari. Nella sua vita dominata dalle droghe già prima che arrivasse il successo due figure ebbero grande influenza. Da una parte c’era l’amica e confidente Robyn Crawford con cui i media insinuarono che Withney intrattenesse rapporti saffici la qual cosa è un tabù per la comunità black, e che la abbandonò durante la fatidica tournée del 1999. Dall’altra c’era il suo compagno Bobby Brown, anche lui cantante e performer dal quale ebbe una figlia Bobby Cristina che morì poco dopo la madre sempre per problemi legati alla droga. Nemico giurato di Robyn, Bobby tendeva a sminuire e a maltrattare la pop star e in fatto di uso e abuso di droghe aveva instaurato un rapporto di co-dipendenza oltre a tenerla legata a sé con un ricatto emotivo. Fra i due c’era chimica perché venivano entrambi da ambienti molto umili e condividevano la stessa cultura ma Withney non fu mai vista come una rappresentante della musica black. Ai Soul Train Awards negli anni Ottanta Withney venne aspramente criticata perché veniva considerata un’icona pop favorita dai bianchi e la cantante ne fu devastata perché non veniva accettata dalla sua gente mentre Withney adorava cantare nei cori Gospel come faceva da bambina e adolescente. Cugina di Dionne Warwick, esplose a livello mondiale con il film ‘The bodyguard’ che pare fosse ispirato alla figura del maggiordomo e guardia del corpo della star, il quale nel docu-film rivela risvolti piuttosto inquietanti sulla vita più segreta di Withney. Nonostante luci e ombre-andò in overdose di cocaina la prima volta a metà anni’90 durante le riprese del film ‘Donne-Waiting to exhale’, resta il fatto che con il suo sound angelico e con il suo timbro vocale irripetibile Withney Houston ha cambiato la storia della musica spianando la strada a tutte le altre pop star afro americane come Mariah Carey che sono venute dopo di lei. Un vero fenomeno, da non dimenticare e da studiare come fa questo mirabile docu-film.
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