Cinecult: The Post di Steven Spielberg

CinemaCulture
ENRICO MARIA ALBAMONTE

Ci sono momenti storici in cui anche gli artisti, e fra questi naturalmente anche i cineasti, sono chiamati ad assumere una posizione netta per quanto radicale e coraggiosa, su temi cruciali per la salvaguardia dell’integrità della democrazia nel proprio paese. E’ il caso di ‘The Post’ l’ultimo capolavoro di Steven Spielberg che dirige per la prima volta i due premi Oscar Meryl Streep e Tom Hanks nei ruoli rispettivamente di Catharine Graham e Ben Bradlee, la prima prudente editore e il secondo cinico direttore del quotidiano ‘The Washington Post’ nel 1971. Il film distribuito da 01 Distribution Rai Cinema S.p.A. e candidato a 2 premi Oscar, per il miglior film e la miglior attrice protagonista (Meryl Streep), affronta e ricostruisce la bufera che investì la Casa Bianca e l’opinione pubblica americana dopo la pubblicazione nel’71 prima da parte del ‘New York Times’ e poi dal ‘The Washington Post’ dei cosiddetti ‘Pentagon papers’ una relazione top secret di 7.000 pagine commissionata dall’ex ministro della difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood nel film) che svelava segreti e misteri sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam a una nazione prostrata dall’oneroso contributo in termini di risorse finanziarie e vite umane, alla partecipazione americana al conflitto. Ben quattro presidenti fra i quali Kennedy, Truman, Johnson, Eisenhower, per non contare Richard Nixon che governava l’America all’epoca dello scandalo, avevano insabbiato una serie di decisive informazioni politiche sulle reali motivazioni dell’intervento militare in Vietnam e i suoi retroscena celati al Congresso e al popolo americano. E questo testo, presentato come uno studio del Pentagono, viene segretamente riprodotto e divulgato alla stampa dall’osservatore e studioso Daniel Ellsberg (un convincente Matthew Rhys) che in Vietnam aveva visto con i suoi occhi quanto la situazione già nel 1965 fosse destinata a precipitare e che l’esercito degli Stati Uniti non avrebbe mai vinto il sanguinoso conflitto. E così, sullo sfondo di un’America che in un certo senso può ricordare quella di oggi all’epoca di Trump dove, per usare le parole dello stesso Spielberg “la verità è sotto attacco soprattutto a causa della disinformazione”, nel film si combatte una dura lotta per l’emancipazione della stampa indipendente dall’ipocrisia e dalla volontà liberticida dell’establishment politico. Se i giornali che vogliono pubblicare (e poi di fatto pubblicano) i ‘Pentagon papers’ vedono l’ingiunzione di Nixon ai tribunali per impedire la rivelazione dei documenti secretati come la violazione del primo emendamento della costituzione americana che garantisce la libertà di stampa, oggi in America il governo non ricorre più ai tribunali ma alle fake news e alla manipolazione dei mezzi d’informazione per le sue mistificazioni e la sua comunicazione strategica. Il film è uno straordinario atto di impegno civile da parte di Spielberg che realizza un thriller politico vibrante di passione e dinamismo, anche nelle inquadrature così grintose e originali, quasi ‘aggressive’, che riprendono i personaggi sotto le più varie angolazioni per valorizzare la tensione che pervade il film. Un film che esalta anche la presa di posizione e l’evoluzione psicologica di una delle prime donne al potere in America, la Graham, che deve misurarsi con il suo testardo direttore, Bradlee, che da cacciatore di notizie un po’ spietato si trasforma in un professionista della libera informazione alla ricerca della verità. Perché in realtà, come recita la motivazione della sentenza della corte suprema che decise sul caso della rivelazione dei ‘Pentagon papers’ nel’71, “la stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governatori”. Parole sante.

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